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The Black Image Corporation. Osservatorio Prada

Almeno una visita allo spazio di Osservatorio Prada, per chi ancora non ci è andato, è d’obbligo assolutamente. E’ uno spazio relativamente piccolo, negli ultimi due piani di uno degli edifici della Galleria Vittorio Emanuele,  collegati tra loro da una leggera scala moderna in acciaio. Grandi vetrate aprono gli spazi espositivi verso le strutture del tetto a padiglione della galleria, e lasciano entrare in abbondanza la luce naturale.

Dal 20 settembre 2018 al 14 gennaio 2019 Osservatorio Prada presenta  “The black Image Corporation” e non ci può essere miglior occasione per rompere il ghiaccio.

Come sempre parlando di exhibition promosse da Fondazione Prada, c’è un gran bel lavoro “dietro”, c’è una ricerca, c’è la sensazione che quell’allestimento è esso stesso comunicazione, avanguardia. C’è la contaminazione e la coesistenza del fare arte mediante la comunicazione delle emozioni attraverso più linguaggi: video, immagini, oggetti, suoni. “The black image corporation”, è un progetto a cura dell’artista Theaster Gates, che ha selezionato dall’infinito archivio di oltre quattro milioni di fotografie della Jhonson, le immagini presentate in mostra.

La Jhonson Publishing Conpany

La mostra sorprende, perchè pare presentarsi  come una semplice mostra fotografica, ma è tutt’altro. Racconta il mondo afroamericano dagli anni cinquanta agli anni settanta del novecento, o meglio, racconta come la casa editrice delle riviste Ebony e Jet, la Jhonson Publishing Company, ha voluto rappresentare un mondo reale e un mondo  immaginato di parità tra bianchi e neri. Se è vero che nelle loro riviste si scriveva di un mondo afroamericano patinato e di successo, questa era modalità necessaria per essere premonizione di una naturale affermazione nell’ambito sociale degli americani di colore; affermazione che ha trovato il suo culmine nei primi decenni del nuovo millennio, con l’elezione di Barak Obama a presidente degli Stati Uniti.  Come spiega bene Theaster Gates nell’intervista rilasciata ad Askanews

<< … Da una parte  queste immagini dovevano essere di ispirazione per gli afroamericani, cioè volevamo mostrarci nel modo migliore possibile, in contesti alla moda, intellettuali, da vera middle class americana. Quindi in un certo senso erano anche un’operazione di marketing. Ma c’è una parte più politica: poiché nelle riviste per i bianchi non comparivano mai i neri, la gente poteva pensare che noi non potessimo diventare dottori, o possedere quegli oggetti eleganti. Questi periodici hanno aiutato i neri a pensare se stessi in grande, e questa è la precondizione perché poi potessero davvero essere grandi. Chi ha pensato questi giornali ci diceva: questo è ciò che alcuni di noi fanno, quindi molti altri possono farlo … >>.

Una parte della mostra è dedicata alla casa editrice. All’edificio che era sede degli uffici e che nasce anch’esso come luogo rappresentativo di una cultura afroamericana tra design e glamour. Veramente emozionante il documentario trasmesso, che fa vedere i singoli locali in fase di dismissione, dopo la chiusura della casa editrice. Emoziona e coinvolge: tangibile la sensazione che i magnifici anni settanta, con la loro spinta progressista, innovatrice e sognatrice per un mondo migliore, siano per sempre dimenticati; resta oggi solo la triste consapevolezza della fine di quel sogno, del fallimento dell’utopia della libertà di ogni singolo uomo e della fratellanza fra gli uomini di tutto il mondo.

Un anticipo in questo articolo dell’Haffingtonpost, dove potete accedere al link al numero della rivista Ebony, che presenta un reportage fotografico sulla sede della Jhonson, allora “nuova sede”: si possono vedere molte immagini d’epoca degli arredi e dei locali e immergersi in una fantastica atmosfera anni settanta.

L’allestimento

La mostra è suddivisa in più spazi interattivi: le opere non le vediamo semplicemente camminando e guardando le opere appese alle pareti (qui ci sono poche grandi immagini), ma dobbiamo interagire in modalità altre. Occorre, ad esempio, sfogliare riviste originali dell’epoca e quindi sedersi in un piccolo angolo lettura con poltrona e tavolino, oppure guardare come veri fotografi una serie di pellicole, indossando guanti bianchi di cotone e osservare, se si vuole, i particolari con il lentino. Occorre sedersi su comode poltroncine in pelle e guardare un bellissimo video che racconta del mood anni settanta e dell’aria di gioiosa scoperta del design e del glamour, ispirato alla cultura africana, veicolata in quella afroamericana.

Al piano superiore la mostra fotografica vera e propria: in realtà il visitatore è invitato a “mettere le mani” in un archivio fotografico, dove l’allestimento rimanda ad un archivio storico o ad una biblioteca; ci sono due bellissimi leggii in legno, che ricordano i banchi degli amanuensi e dove nella parte inferiore sono custodite in belle cornici di legno color mogano, le collezioni di immagini fotografiche che ritraggono donne di colore. Occorre essere curiosi, occorre scoprire, occorre fare fatica, abbassarsi, prendere in mano le cornici (pesano), appoggiarle sul leggio. Occorre andare a casa di tutte queste donne, andare “a prenderle” a casa loro.

Gli autori e le donne

E il focus della mostra sono le donne fotografate nell’arco di trenta anni da due importanti fotografi americani: Moneta Sleet Jr. (1926 – 1996) e Isaac Sutton (1923 – 1995); hanno entrambi lavorato durante tutto l’arco della loro carriera per la Jhonson Publishing Company. Moneta Sleet jr, è stato il primo fotografo di colore a vincere un premio Pulitzer; in questo articolo del New York Times possiamo leggerne una dettagliata biografia, che lo ricorda come uno dei maggiori fotografi del suo tempo. Anche Isaac Sutton ebbe larga fama, e una bella descrizione della sua vita e del suo lavoro è nell’articolo pubblicato in sua memoria nella rivista Jet: un omaggio resogli dal suo editore, per il quale era stato responsabile capo nella redazione per tanti anni.

Le immagini in mostra sono ritratti in posa, finalizzati alla pubblicazione nelle riviste, che mostrano nella vita quotidiana il mondo delle donne afroamericane. Donne bellissime, orgogliose della loro bellezza e della loro intelligenza, che vogliono valorizzare e far vedere a tutti. Bellezza e intelligenza che anche chi le fotografa e chi poi pubblica le loro immagini, vuole far vedere alla società a loro contemporanea.

La qualità delle fotografie si accompagna allo stupore che proviamo nello scoprire quasi un mondo parallelo, dove il jet set che siamo abituati a vedere  in bianco, c’è e c’è stato anche in pelle scura. Donne vestite da sera pronte per un galà, in casa, al lavoro, in abiti di alta moda per un servizio da rivista gamour. Felici e con sorrisi smaglianti, lontane dalla visione comunemente diffusa di un mondo afroamericano sofferente e discriminato.

La mostra ci consente di realizzare un piccolo viaggio nelle fragilità della storia, ci permette di leggere storie estremamente lontane, che diventano improvvisamente così contemporanee, necessarie all’oggi, soprattutto all’oggi metropolitano di una città come Milano. Una città vissuta da una popolazione multicultura, multicolore. Un orgoglio che potremmo chiamare asian-afro-sudamericano-italiano,  che leggiamo negli occhi delle tante donne di colore, più o meno scuro, che incontriamo e conosciamo ogni giorno nelle città.

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